Vai al contenuto
Sorio.world
Torna indietro

C'è un altro Sorio, lontano da qui

Esiste, sulle montagne dell’Alta Corsica, un paese che si chiama Sorio. È un comune di centoventinove abitanti, arroccato a quattrocento metri d’altitudine sul versante orientale del massiccio del Tenda, affacciato sul Golfo di Saint-Florent. Si raggiunge da Bastia in poco meno di un’ora di strada, percorrendo una route en corniche stretta e tortuosa che attraversa i villaggi del Nebbiu, la regione mistica e pastorale che gli abitanti corsi chiamano la Conca d’Oru — la Conca d’Oro.

Quando si scopre per la prima volta questa coincidenza, la domanda viene naturale: c’è un legame tra questo Sorio corso e il Sorio veneto di Gambellara, di Vicenza, di Verona? Una migrazione antica, un capostipite comune, un trasferimento di gente o di nome attraverso il Mediterraneo medievale? Vale la pena di provare a rispondere, perché il caso di Sorio in Corsica è interessante in sé — è un piccolo paese pieno di storia — ed è anche un’occasione per riflettere su come funzionano le coincidenze toponomastiche, che spesso non sono coincidenze del tutto.

Dove si trova, com’è fatto

Sorio — Soriu, nella lingua corsa, talvolta detto anche Sorio-di-Tenda per distinguerlo da altre località omonime — appartiene amministrativamente al dipartimento dell’Alta Corsica (Haute-Corse), all’arrondissement di Calvi, e al cantone di Biguglia-Nebbio. Conta poco più di centoventi abitanti — la popolazione era di centoquarantadue nel 2008, è in lenta diminuzione, come molti paesi montani corsi del nord. Si estende su una superficie di quindici chilometri quadrati e mezzo, dai quattrocento metri del nucleo abitato fino ai milleseicento metri delle creste del massiccio del Tenda.

Il comune è composto da due frazioni: A Valle (la frazione “bassa”) e A Croce (la frazione “alta”). Quest’ultima fu, fino al XVIII secolo, un comune autonomo: poi le due comunità si fusero in un’unica entità amministrativa. La presenza dei due nuclei separati è ancora oggi visibile percorrendo il paese: una serpentina di case in pietra grigia, vicoli stretti, fontane a volta, vecchi forni del pane, lavatoi, tutte testimonianze di un’epoca in cui la vita corsa era pastorale, agricola, autosufficiente.

All’ingresso del paese si erge la chiesa di San Filippu Neri — San Filippo Neri — con un imponente campanile a cinque piani in pietra a vista, costruita nel 1622 in quella che le fonti locali descrivono come “eredità pisana”. Davanti alla chiesa, sulla piazza, si fronteggia la più piccola cappella di Santa Croce dalla facciata ocra, oggi trasformata in sala polifunzionale. Più in basso, nascosta nel verde, sta la cappella di Santa Margherita, edificio romanico del XII secolo, classificato Monumento Storico nel 1936. Esiste poi un battistero di San Giacomo, anch’esso del XII secolo, e poco fuori dal centro abitato l’oratorio di Sant’Antonio Abate, restaurato.

Su un architrave di una casa della frazione A Croce è incisa la data 1370. È la più antica testimonianza certa dell’esistenza di un insediamento abitato in questo punto del Nebbiu. Ma i resti più antichi della frequentazione umana del territorio risalgono al Neolitico finale: alla Bocca di Tenda, il valico che separa il Nebbiu dalla valle dell’Ostriconi, sono state scoperte tre statue-menhir datate al 1400-1300 a.C., chiamate Murello, Bucentine e Mortula, oggi conservate davanti alla chiesa parrocchiale di San Quilico nel vicino comune di Piève.

Le radici medievali: la pieve di San Quilico

Per capire l’origine di Sorio bisogna conoscere il sistema delle pievi corse. La pieve (in corso piève, dal latino plebs, “popolo”) era una circoscrizione territoriale ed ecclesiastica medievale, una specie di parrocchia allargata che raggruppava più villaggi sotto un’unica chiesa madre. Il sistema delle pievi corse fu istituito attorno all’XI secolo, nel periodo in cui l’isola, liberata dai Saraceni dalla coalizione pisano-genovese, fu posta sotto l’amministrazione ecclesiastica della diocesi di Pisa (1077). Da quel momento e per due secoli — fino alla sconfitta navale di Pisa nella battaglia della Meloria del 1284 — la Corsica fu di fatto un dominio pisano. È il periodo che ha lasciato sull’isola le sue tracce più visibili: le chiese romaniche bianche e gli archivolti in pietra serpentina verde che si trovano in tutto il Nebbiu sono, in larga parte, opera dei costruttori pisani.

Sorio apparteneva alla pieve di San Quilico (Santo Quilico), insieme ai vicini villaggi di Piève (sede della pieve), Rapale, Morato Soprano, Morato Sottano, Loreto, Petra di Loreto. La pieve contava circa duemila abitanti all’inizio del XVI secolo, riportati in un censimento del 1520. Un secolo e mezzo dopo, un manoscritto dell’abate Francesco Maria Accinelli, redatto su incarico della Repubblica di Genova nei primi anni del Settecento per scopi militari, registrava in latino popolaresco: «Scorgesi la Pieve di S.Quilico con 950 abitanti le di cui ville sono Morato soprano, Morato sottano, Rapale, Sorio, Croce, e Pieve»Sorio e Croce contavano allora 267 abitanti. La pieve era, in altre parole, una piccola comunità contadina e pastorale che viveva sui versanti del Tenda da almeno otto secoli.

Vicino a Sorio sorgeva un altro villaggio, Asigliani (o Azzigliani), oggi completamente abbandonato — sulla collina di San Niculaiu restano solo le rovine della sua chiesa, la Chjesa Nera del XIII secolo. Una nota etnografica significativa: i patronimici un tempo registrati ad Asigliani sono ancora oggi in uso a Sorio e Piève. Quando il villaggio fu abbandonato, probabilmente tra Quattro e Cinquecento, i suoi abitanti si trasferirono nei comuni vicini portandosi appresso i cognomi. Questo dettaglio ci dice molto sulla profondità delle radici locali del paese.

I Petriconi: una nobiltà di paese

Per quanto piccolo, Sorio ebbe una sua piccola nobiltà locale. Nel 5 febbraio 1774, dopo la cessione della Corsica alla Francia (1769), la famiglia Petriconi di Soriu fu riconosciuta come nobiltà corsa nell’ambito del provvedimento generale con cui la monarchia francese, su iniziativa del conte di Marbeuf, regolarizzò gli status nobiliari preesistenti dell’isola appena annessa. Era un atto di consolidamento politico: si voleva legare le élite locali al nuovo regime concedendo loro un riconoscimento ufficiale.

I Petriconi di Soriu erano una famiglia di militari. Già il 13 settembre 1768, un anno prima della definitiva conquista francese, un capitano Anghjulu Luigi Petriconi di Soriu era partito da Bastia come prigioniero, in un convoglio di trentaquattro ufficiali e centodue soldati corsi catturati dai francesi, diretto a Tolone. Era uno degli ufficiali fedeli a Pasquale Paoli, l’eroe nazionale corso che dal 1755 al 1769 aveva governato l’effimera Repubblica Corsa, sconfitta poi dai francesi nella battaglia di Ponte Novu del 9 maggio 1769.

Quando la guerra finì e la Corsica divenne francese, i Petriconi — come molte altre famiglie corse — passarono al servizio della nuova potenza. Due di loro arrivarono al grado di generale di brigata durante le guerre rivoluzionarie e napoleoniche:

Il secondo nome merita una sosta, perché lo riprenderemo nella sezione finale: un giovane generale corso di ventisei anni, nato in un piccolo villaggio dell’Alta Corsica che si chiamava Sorio, morto nella città veronese alla cui provincia appartiene anche l’altro Sorio — quello veneto. Sono due Sorio che si sfiorano per pochi mesi, alla fine del XVIII secolo, attraverso un giovane ufficiale che probabilmente non sapeva neanche dell’esistenza dell’altro paese omonimo.

I secoli successivi: il declino lento di un paese di montagna

Dopo l’annessione alla Francia, la storia di Sorio è quella di tanti paesi corsi: una lenta erosione demografica, con la popolazione che si sposta verso le città della costa (Bastia, Saint-Florent, Calvi) o verso il continente, cercando lavoro nei servizi pubblici, nell’esercito, nelle amministrazioni coloniali francesi. Nel 1962 il paese aveva centocinquantaquattro abitanti, nel 2008 ne aveva ancora centocinquantaquattro, nel 2022 erano scesi a centoventinove. Una sostanziale stabilità formale che nasconde un ricambio difficile: pochi giovani restano, e la popolazione invecchia.

Eppure il paese non si è arreso. Negli ultimi vent’anni Sorio ha vissuto una piccola rinascita patrimoniale e turistica: i vicoli sono stati restaurati, le fontane recuperate, è stato tracciato un sentier du patrimoine che segue le antiche vie della transumanza verso il massiccio del Tenda. La festa patronale di San Filippu Neri si celebra ogni 26 maggio. D’estate la piazza ospita balli, lotterie, sagre tradizionali. La cascata di Sorio, una pozza naturale alimentata dal torrente di Raghiunti, è meta di escursioni. È, insomma, uno di quei piccoli paesi corsi che vivono di un equilibrio fragile tra memoria e turismo lento, lavorando il proprio passato come si lavora una terra magra.

E ora la domanda: c’è un legame con il Sorio veneto?

Veniamo alla domanda da cui siamo partiti. Esiste un legame, etimologico o storico, tra il Sorio della Corsica e il Sorio di Gambellara, San Giovanni Lupatoto, Vicenza e Verona? La risposta onesta — basata su quello che le fonti permettono oggi di dire — è composta da tre osservazioni convergenti.

Prima osservazione: nessuna fonte documentale collega i due toponimi. Né le storie locali corse né gli studi onomastici veneti suggeriscono una qualche relazione genetica tra i due nomi. Si tratta di due paesi che si chiamano allo stesso modo, ma non risulta nessuna migrazione antica, nessun trasferimento di gruppi di popolazione, nessun atto notarile che metta in relazione le due località. Sono semplicemente “due Sorio”.

Seconda osservazione: le due etimologie sono probabilmente indipendenti. Il Sorio veneto, come abbiamo ricostruito altrove in questo sito, ha un’origine ben documentata: deriva da Sanctus Georgius (San Giorgio) attraverso la forma dialettale veneta Zorzo, in un processo di evoluzione fonetica tipico della Marca Trevigiana e Veronese tra XII e XV secolo. È un toponimo agionimico legato a chiese rurali dedicate al santo guerriero.

Il Sorio corso, invece, non ha un’etimologia altrettanto documentata — è uno dei tanti microtoponimi di villaggio corso le cui radici si perdono nell’altomedioevo, e nessuno degli studi onomastici dell’isola che ho potuto consultare ne propone una derivazione precisa. Le ipotesi plausibili sono almeno due, entrambe diverse da quella veneta:

Quello che è significativo è che il Sorio corso non ha una chiesa o una cappella dedicata a San Giorgio. La sua chiesa parrocchiale è dedicata a San Filippu Neri, e le sue cappelle storiche a Santa Margherita, Santa Croce, San Giacomo e Sant’Antonio Abate. Se l’etimologia fosse stata la stessa di quella veneta — Sanctus Georgius → Sorio — ci aspetteremmo di trovare almeno una traccia del culto di San Giorgio nei dintorni. Non c’è. Questo è un elemento che pesa a favore dell’indipendenza dei due toponimi.

Terza osservazione: la coincidenza esiste ma è statisticamente normale. I toponimi italiani brevi, a quattro o cinque lettere, sono per loro natura soggetti a omonimia indipendente: nascono in luoghi diversi da radici linguistiche diverse e finiscono per assomigliarsi. Esistono altri esempi: ci sono almeno tre paesi che si chiamano Coreglia in Italia (in Toscana, Liguria, Piemonte), con etimologie non legate; ci sono Soriano in Calabria e Soriano nel Cimino in Lazio, con storie completamente separate; c’è un Sorico sul lago di Como, ed è probabile che esistano anche altri micro-Sorio che non sono mai entrati nei repertori toponomastici principali. Il fatto che due paesi si chiamino entrambi Sorio, uno in Veneto e uno in Corsica, è una coincidenza che merita di essere notata, ma non costituisce di per sé prova di un legame.

La coincidenza di Philippe Simoni de Petricone

C’è però — e con questo vale la pena chiudere — un piccolo momento storico in cui i due Sorio si toccano, senza saperlo. Lo abbiamo nominato in apertura della sezione sui Petriconi, e merita una conclusione.

Philippe Simoni de Petricone, nato a Soriu in Corsica nel 1770 da una famiglia nobile di antichi militari fedeli a Pasquale Paoli, divenne generale di brigata dell’esercito francese nel 1796, a soli ventisei anni. Morì nello stesso anno, in Verona, durante la prima campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte. La campagna del 1796-97 vide gli eserciti rivoluzionari francesi attraversare la pianura veneta inseguendo gli austriaci: il giovane generale corso, formatosi nelle guerre della Repubblica, morì in quella terra straniera dove pochi mesi dopo i francesi avrebbero affermato il loro dominio.

Verona, città dove Philippe Simoni morì, è la stessa città dove nacque trentanove anni dopo Bartolomeo Sorio (1805-1867), il filologo dantista oratoriano della congregazione di San Filippo Neri — la stessa congregazione cui era dedicata la chiesa parrocchiale del paese natale di Philippe in Corsica. Una piccola, casuale, simmetria storica: un giovane generale corso di un paese che si chiama Sorio muore a Verona nel 1796; nove anni dopo, in quella stessa città, nasce un sacerdote di nome Sorio che dedicherà la vita all’edizione di testi medievali. I due non si conoscono, non sanno l’uno dell’altro, e la storia non racconta in nessun documento che le loro vicende si siano mai incrociate se non geograficamente, per pura combinazione.

Eppure è proprio questo tipo di coincidenza — il giovane corso che muore nella città del filologo veronese, entrambi legati per ragioni diverse alla parola Sorio e al nome di San Filippo Neri (chiesa parrocchiale a Soriu, congregazione di appartenenza a Verona) — che rivela qualcosa del modo in cui i nomi attraversano la storia. Non per linee genealogiche ricostruibili, non per migrazioni documentate, ma per riemersioni indipendenti, per ripetizioni casuali, per scoperte di omonimi che non sapevano di esserlo.

I due Sorio rimangono due. Ma forse, conoscendoli entrambi, si capisce meglio cosa significa, e cosa non significa, portare un nome. Significa avere una storia. Non significa avere la stessa storia di tutti quelli che lo portano.


Fonti consultate: voce Wikipedia “Sorio” (francese, italiana e inglese); sito ufficiale del turismo dell’Ufficio del Turismo di Saint-Florent - Nebbiu Conca d’Oru (corsica-saintflorent.com); voce “Noblesse corse” su Wikipedia francese; voce “Piève (Haute-Corse)” su Wikipedia francese; voce “Rosoli” su Wikipedia francese; Francesco Maria Accinelli, “L’histoire de la Corse vue par un Génois du XVIIIe siècle” (manoscritto, c. 1730-1750, p. 223); Daniel Istria, “Pouvoirs et fortifications dans le nord de la Corse: du XIe siècle au XIVe siècle”, Ajaccio, Éditions Alain Piazzola, 2005; Geneviève Moracchini-Mazel, “Les Églises romanes de Corse”; portali Corsicatheque, Nuvellaghju, Villages de Corse.


Condividi questo articolo su:

Articolo precedente
Sorio, Iorio, Orio: il fratello mascherato e l'estraneo somigliante